Un film di Terence Fisher. Con Peter Cushing, Melissa Stribling, Michael Gough, Christopher Lee Titolo originale Dracula. Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 82′ min. – Gran Bretagna 1958. MYMONETRO Dracula il vampiro valutazione media: 3,83 su 10 recensioni di critica, pubblico e dizionari. Dal romanzo (1897) di Bram Stoker: Jonathan Harker e la sua fidanzata Lucy sono stati trasformati in vampiri dal conte Dracula. Il prof. Van Helsing scopre la terribile identità di Dracula e _ con l’aiuto di Arthur Holmwood, fratello di Lucy _ lo distrugge. Con La maschera di Frankenstein, è il prototipo della società britannica Hammer che influenza il cinema orrorifico degli anni ’60, è il film che definisce l’aspetto moderno di Dracula (compresi i canini, invenzione di Fisher) con la sua inquietante dimensione di erotismo perverso, reso benissimo da Lee che pure è presente sullo schermo soltanto 9 minuti, resi intensamente suggestivi dal montaggio creativo e dalla musica di James Bernard. Pur con qualche variazione, la sceneggiatura di Jimmy Sangster è fedele al romanzo di Stoker e al suo spirito. Titolo in USA Horror of Dracula.
Scritto da Paul Attanasio e basato sul libro My Undercover Life in the Mafia di Joseph D. Pistone. Pistone, agente dell’FBI si infiltra in un’organizzazione mafiosa di Little Italy come Donnie Brasco, ricettatore di gioielli, e conquista la fiducia di Lefty, anziano mafioso e manovale del crimine. Tra i due nasce un’amicizia impossibile, destinata a una tragica fine. Ha fatto centro il neozelandese M. Newell, attivo dal 1976 nel cinema britannico, con questo suo 1° film hollywoodiano: dopo il successo di Quattro matrimoni e un funerale si cimenta con un mafia movie diverso dagli altri, privo di sangue e violenza (se si toglie una sequenza verso la fine, fulminea e atroce), di ammirevole definizione psicologica, accurato nei particolari e nelle sfumature. L’epilogo è di una malinconia struggente, ma anche uno dei più lucidi dell’ultimo cinema americano: entrambi i personaggi sono strumenti e vittime delle istituzioni cui appartengono. Straordinario Pacino, ottimamente doppiato ancora una volta da Giancarlo Giannini; Depp (con la voce di Riccardo Rossi) si conferma a 33 anni come l’attore più duttile ed espressivo della sua generazione.
Dopo una sanguinosa rapina in una banca del Texas, i due fratelli Seth (G. Clooney) e Richard (Q. Tarantino) prendono in ostaggio un predicatore disilluso che viaggia in camper con due figli (J. Lewis e il piccolo E. Lui) e sconfinano nel Messico dove approdano al locale “Titty Twister”. Un volo finale in dolly della cinepresa svela il mistero. Basato su una vecchia (1990) sceneggiatura di Q. Tarantino, il 3° film del messicano Rodriguez ( El Mariachi ) – anche operatore alla macchina e montatore – è una sagra del tarantinismo più trash , in altalena tra la parodia cinica e l’estasi del pecoreccio. L’edizione originale era di 108′, potata vigorosamente in quella italiana, insignita tuttavia di un V.M. 18 e ancor più ridotta per farla passare in TV.
Qui Tarantino è attore non regista. Mamma mia cos’era Salma Hayek in questo film.
Salvatore Di Vita, regista affermato a Roma, torna dopo 40 anni nel natio paese siciliano per i funerali del proiezionista Alfredo che gli insegnò ad amare il cinema. Il ricordo del passato lo aiuta a ridefinire il presente. Oscar 1989 per il film straniero e 2° premio a Cannes. È un’elegia sulla morte del cinema in sala nelle cadenze di un melodramma popolare, ma rivisitato con l’ottica scaltra di un cineasta di talento, europeo e, insieme, profondamente siciliano. Tornatore fa un cinema della ridondanza, ma anche di una forza generosa di cui l’anemico cinema italiano degli anni ’80 aveva bisogno. L’edizione premiata è frutto del radicale taglio eseguito dal regista con il produttore Franco Cristaldi (fu tolto un blocco di 25 minuti, eliminando il personaggio della Fossey), dopo le prime presentazioni nelle sale. Distribuito all’estero come Cinema Paradiso . 5 premi della British Academy: film straniero, sceneggiatura, Noiret, Cascio, musiche di Ennio e Andrea Morricone.
Sul pianeta At Attin, l’Impero di Palpatine e Darth Vader, caduto da soli cinque anni, non aveva mai messo le mani e la vita scorre pacifica fino alla noia, governata da una rigida burocrazia controllata dai droidi. Wim è un ragazzo che sogna di vivere le avventure degli Jedi di cui legge incessantemente un libro illustrato digitale; Neel è il suo migliore amico, è un alieno con le caratteristiche di un elefante antropomorfo e cerca di aiutare Wim con la scuola; Fern è la figlia ribelle della sottosegretaria di At Attin, che alla scuola preferisce le corse in moto antigravitazionali; KB è la sua migliore amica, dotata di alcuni potenziamenti cibernetici in seguito a un incidente. Queste due coppie di ragazzini si ritrovano loro malgrado insieme in un’incredibile avventura, quando trovano un’astronave sepolta nei boschi fuori città e per errore la attivano, risvegliando anche il droide SM-33. Presto il loro destino si incrocia con quello di Jod Na Nawood, un misterioso individuo che conosce bene il mondo dei pirati e che ha alcune capacità Jedi.
Ne ha viste di cose nella sua vita Bad Blake, cantante country dal passato illustre e il presente affumicato da sigarette e annegato negli alcolici scadenti dei locali di provincia dove si esibisce per pochi spiccioli. Ha visto 4 matrimoni, un pupillo che suonava nella sua band e ora è ricco e famoso ma al quale non intende aprire i concerti, infiniti paesaggi delle praterie texane e un numero impressionante di motel. A 56 anni suonatissimi la sua vita potrebbe finire da un momento all’altro, se non lo stronca prima la salute saranno i debiti, e a lui del resto non sembra importare molto. Almeno finchè non incontra Jean e Buddy.
A Berlino ci sono due angeli, Cassel e Raffaela (Sander e Kinski), pieni di buone intenzioni nei confronti degli umani. Vorrebbero aiutarli, alleviare le loro sofferenze. Gli altri personaggi sono: un pizzaiolo che canta Funiculì Funiculà (Ganz), il vecchio autista di un gerarca nazista, un gangster americano che vende armi e pornografia (Bucholz), due bambine molto sensibili, un gruppo di acrobati, un investigatore privato troppo contorto (Vogler), un altro angelo “nero” e cinico che forse rappresenta il destino (Dafoe), Peter Falk e Lou Reed che fanno se stessi. Cassel compie un’azione anomala e si trova a essere un umano, e da quel momento comincia a non capirsi. Gli piace bere, gli piacciono i soldi, insomma va alla deriva. Certo, gli uomini sono strani e hanno smarrito il senso di tutto, del bene e del male. Il senso generale della vita.
Nel 2008 sbarca dal Pakistan, nel quartiere di Colaba a Mumbai, una piccola imbarcazione con dieci giovani armati fino a denti. Attaccheranno la grande città indiana colpendo nel nome di Allah punti di grande concentrazione umana, come la stazione ferroviaria, e luoghi simbolici dell’opulenza e dell’influenza occidentale, come l’hotel a cinque stelle Taj Mahal. Qui un cameriere coraggioso, una coppia per metà americana che ha appena avuto un figlio, un imprenditore e puttaniere russo, uno chef abituato alla leadership e molti altri cercano di sopravvivere al massacro in corso.
Eroiche peripezie di Maximus, generale romano di origine ispanica. Quando Commodo (161-192), succeduto al padre Marco Aurelio (121-180), lo arresta e gli fa massacrare la moglie e il figlio, diventa schiavo e poi gladiatore, idolo della folla, finché nel Colosseo combatte contro l’imperatore. Al di là dei costi (107 milioni di dollari, riprese a Malta, in Marocco, la foresta di Bourne Woods in Inghilterra), del dispiego di effetti speciali computerizzati e del can-can plurimediatico, il megafilm della Dreamworks (Spielberg & Co.) è una parabola fantastorica sulla società dello spettacolo e sull’uso dello spettacolo che il potere _ tutti i poteri, anche religiosi _ ha fatto per suggestionare e dominare le masse. La sua inattendibilità storica è esplicita ed esibita nei personaggi, nelle scene, nei costumi: nell’itinerario di Scott si collega, nel bene e nel male, a Blade Runner e Alien. Altrettanto espliciti sono i suoi meriti (l’interpretazione del poliedrico neozelandese Crowe; la furente battaglia iniziale, cioè l’ordine del dominio contro il caos della ribellione; i combattimenti nel circo dove eccelle il talento di Pietro Scalìa al montaggio) e i suoi demeriti (anacronismi, scritte latine sbagliate, banalità nella sceneggiatura di David H. Franzoni e soci). Critica divisa: trionfo spettacolare del postmoderno o finto cinema che punta al solleticamento del nervo ottico? 5 Oscar: miglior film, Crowe, costumi, effetti speciali e suono.
Da una pièce di Aaron Sorkin che l’ha anche adattata. Due marines della base militare USA di Guantánamo a Cuba sono deferiti al tribunale militare per l’omicidio di un commilitone. Il trio dei difensori si convince che fu un’applicazione di “codice rosso”, la norma non scritta che impone dure correzioni fisiche ai compagni che sbagliano e che, data la rigida disciplina, non poteva non essere stata autorizzata, anzi ordinata dai superiori. Pur calato nelle convenzioni e negli stereotipi del dramma giudiziario, è un film ammirevole per la sagacia nel dar forma drammaturgica alla problematica morale sui limiti dell’obbedienza, per il disegno dei personaggi, per la capacità di dosare gli ingredienti, i toni, la suspense. J. Nicholson, in 3 scene, rischia di rubare il film a T. Cruise. Benissimo gli altri.
Se a un’occhiata superficiale non si può che pensare a Schindler’s List – tematiche simili, fotografia in bianco e nero – le somiglianze tra l’opera di Lu Chuan e quella di Steven Spielberg sono in verità piuttosto poche. Indubbiamente anche Lu Chuan come Spielberg intende ritrarre i giapponesi come esseri umani a tuttotondo anziché come macchiette bidimensionali, senza che questo attenui la condanna morale nei loro confronti; al contrario aiuta a capire di cosa è capace la natura umana, specie in condizioni di totale liceità. Lu Chuan ha impiegato più di tre anni per realizzare un film fortemente voluto, che rendesse visivamente l’orrore dei massacri di Nanchino senza scadere nel pamphlet di regime; non viene nascosto (né tantomeno edulcorato) nulla dei crimini commessi dagli invasori, siano essi stupri, omicidi gratuiti, stragi o esempi molteplici di sadismo. Il popolo cinese, così fieramente rappresentato dal guerriero indomabile Liu Ye, viene massacrato ma soprattutto vilipeso e privato di ogni dignità dalle efferatezze nipponiche, in un’escalation di violenza inarrestabile. Ma il plusvalore che Lu Chuan riesce ad aggiungere a una vicenda tristemente nota – oltre a non farsi invischiare dalle molteplici trappole insite in una simile operazione – sta nel tentativo di scavare il più possibile nel punto di vista del nemico, anch’esso composto da esseri umani. Non solo nell’occhio critico del sergente Kadokawa, perplesso di fronte agli eccidi, ma soprattutto nel tentativo di comprendere la natura profonda dello spirito nazionalista giapponese e dei semi del male che stanno alla base di massacri come quello di Nanchino. Esemplare in questo senso la sequenza della celebrazione della conquista, in cui i militari giapponesi – macchine da guerra senza cuore né morale, novelli Tetsuo pronti a tutto – si piegano ritmicamente e a passo di danza in risposta al suono rituale dei tamburi. Uno sfoggio di superomismo, ripreso da Chuan con tocchi di Leni Riefenstahl, per nulla pretestuoso e, al contrario, chiave interpretativa fondamentale per comprendere l’originalità del taglio adottato da Chuan nella narrazione.
Una Plymouth Fury rossa del ’58 ha un potere malefico e demoniaco. Vent’anni dopo un adolescente timido la rimette in sesto e stabilisce con essa un rapporto di gelosia morbosa, seminato di molte morti violente. Da un romanzo di Stephen King. Il mostro è un’auto di serie, macchina orrorifica ingegnosa, ma non ha abbastanza carburante per tutto il percorso.
Due coniugi continuano a vivere insieme benché da tempo non ne traggano alcuna gioia. Le frustrazioni derivanti da quella condizione esplodono improvvisamente ed essi danno libero sfogo, verbalmente, al loro rancore.
Negli anni Quaranta un detective scalcinato cerca di scagionare il suo cliente dall’accusa di aver ucciso un corteggiatore della moglie. Qui però il cliente è un personaggio dei cartoni animati (che somiglia a Bugs Bunny) e le indagini si svolgono a “Cartoonia” dove vivono “cartoni” buoni e cattivi. La “factory” di Steven Spielberg e la Walt Disney uniscono le loro forze per un best-seller che è nel contempo un grande exploit tecnico (la perfetta fusione fra cartone e fotogramma recitato) e poi un superdivertimento dalle mille trovate (per la precisione 93 nei 93 minuti di proiezione).
Gli scacchi del vento ( persiano : شطرنج باد , romanizzato : Shatranj-e Baad ), intitolato anche La partita a scacchi del vento , è un film iraniano del 1976 scritto e diretto da Mohammad Reza Aslani . [1] Il film fu proiettato solo una volta prima della rivoluzione iraniana del 1979 e fu accompagnato da un’accoglienza negativa. Dopo essere stato riscoperto nel 2020, il film è uscito in diversi paesi ed è stato ben accolto.
Iran, anni Venti. Alla morte della matriarca, gli eredi di una casa nobiliare si contendono l’eredità. In particolare il conflitto è tra la primogenita disabile, costretta alla sedia a rotelle, e un altro membro della famiglia che verrà ucciso dalla prima. Il suo corpo verrà nascosto in una delle grandi giare di cui è piena la dimora. [sinossi]
Dopo quasi 45 anni di oblio, Chess of the Wind (Shatranj-e Baad) è stato ora presentato, restaurato, al 34° Cinema Ritrovato, uno dei film che la manifestazione della Cineteca di Bologna mette in catalogo con il bollino del Festival di Cannes perché in realtà avrebbe dovuto essere proiettato già tra i Cannes Classics e la cancellazione del festival per l’epidemia sembra accrescere questa idea di maledizione che graverebbe sul film. Si tratta di un indiscutibile capolavoro del cinema iraniano prerivoluzionario, realizzato nel 1976 dal regista Mohammad Reza Aslani.
La storia di questa opera è essa stessa una tragedia. Il film era stato incluso nella selezione del concorso del Festival Internazionale di Teheran del 1976, ma le proiezioni furono boicottate per contrasti del regista con gli organizzatori. Così le bobine erano state mischiate alla rinfusa e venne sbagliata la velocità della prima proiezione, resa più lenta. Tali problemi si ebbero a tutte le proiezioni, da quella per i critici, che abbandonarono in massa la sala, a quella per la giuria, per cui il film fu ritirato dal concorso. Presi dallo sconforto, i produttori non mandarono l’opera ai festival internazionali, mentre i distributori interni non lo presero. Così il film non fu mai proiettato per il pubblico, né in Iran né all’estero. Risultano solo alcune proiezioni private organizzate durante il successivo festival di Teheran, cui parteciparono Henri Langlois, Roberto Rossellini, Satyajit Ray che apprezzarono molto l’opera congratulandosi con il giovane regista.
Con l’avvento della Repubblica Islamica nel 1979, Chess of the Wind fu definitivamente vietato perché ritenuto non confacente ai dettami religiosi della teocrazia. Il film circolava solo in videocassette clandestine di pessima qualità. Solo per puro caso nel 2015 il regista ritrova una pellicola del film da un rigattiere specializzato in cimeli di cinema e così oggi Chess of the Wind rinasce a nuova vita, in uno splendido restauro che ne esalta gli estetismi barocchi.
Chess of the Wind è un thriller glaciale, di respiro shakesperiano che racconta, in chiave metaforica e non, i traumi di un paese che sembra vivere nei corsi e ricorsi della storia. Il nucleo narrativo dell’occultamento del cadavere, in una giara di vetro, nascosto anche agli agenti della polizia del regime Qajar, non genera quella suspense da Cocktail per un cadavere. Il pathos del film non risiede in queste cose, anche la scena stessa dell’omicidio è totalmente priva di enfasi. Pochissimi i movimenti di macchina, c’è una panoramica a 360° e poi un movimento sulla scalinata alla fine, forse un dolly. Chess of the Wind sembra impregnato, anche in questo senso, da un ascetismo persiano, quello di un paese in cui la massima espressione artistica è rappresentata dalla poesia. Lo stesso regista è stato un poeta modernista e cubista. E nella composizione dell’immagine, torna quel gusto persiano del tappeto e della decorazione che qui ha il suo fulcro in quella grande scalinata del palazzo piena di simmetrie, con tante vie di fuga e accesso, sormontata da un grande busto. Sembra una scalinata teatrale o da melò classico.
Il film funziona anche secondo una drammaturgia della storia, nell’ottica dei cambiamenti secolari attraversati dal paese, o come una partita di scacchi rappresentata da quella scacchiera che campeggia nel salone centrale del lussuoso palazzo. È in atto una partita di scacchi, reale e metaforica, tra la primogenita della dinastia e un membro della famiglia, una partita dal ritmo lentissimo, dove le mosse si decidono nel corso di diverse giornate. Dopo l’uccisione dell’uomo sarà un agente di polizia a muovere i pezzi sulla scacchiera, senza essere visto dalla signora che si chiederà chi fosse stato, posto che il rivale al gioco è morto. Il conflitto tra i due riprende quello in atto nella società persiana uscita dalla Rivoluzione costituzionale, quello tra la modernità e la parità dei diritti di genere, sempre comunque nell’ambito delle élite aristocratiche, e le forze ancorate alla tradizione religiosa, rappresentate dall’uomo che viene ucciso. Un conflitto che sembra perenne nella storia del paese. Il popolo è rappresentato dagli inserti delle lavandaie che commentano i fatti di palazzo, come un coro greco o come le serve di un film di Cukor.
Chess of the Wind è suddiviso in due parti, la prima ambientata tra il 1915 e il 1920, la seconda nel 1924. Una suddivisione non dichiarata ma comprensibile da un riferimento, quello al servizio militare fatto durante i momenti delle lavandaie, che in Iran è attivo dal 1924. Sono tante le citazioni alle vicende di quell’epoca calda e ai suoi protagonisti, come quella al giornalista e poeta Mohtaram Eskandari, grande sostenitore della causa femminista, che venne ucciso, che viene evocato in una sequenza onirica. Due personaggi parlano dell’importanza di avere un inquilino inglese, richiamando così alla potenza britannica che all’epoca dominava su quello scacchiere. Non c’è dubbio che Mohammad Reza Aslani voleva parlare, in forma translata, anche della società iraniana dei suoi tempi, con quelle tensioni sociali che avrebbero portato alla rivoluzione del 1979. E il segnale in questo senso è rappresentato dall’ultima inquadratura del film, la prima fuori dal palazzo, una panoramica che da quella dimora si allarga a riprendere la città dall’alto, dove predominano le architetture moderne e si odono i salmi dei muezzin. Da un lato un retaggio di quella mistica persiana antica del filosofo Sohravardi, che scardina l’idea del tempo come lineare, da un altro lato un messaggio politico ben preciso.
E il film si rivela involontariamente profetico, con la scena alla fine della distruzione del grande ritratto, che campeggiava nella dimora, del capostipite della famiglia. Un’immagine di iconoclastia che anticipa quelle divenute simbolo della rivoluzione di tre anni dopo, dei ritratti distrutti e bruciati dello scià Reza Pahlavi.
Ho tradotto i subeng con google e li ho aggiunti, potrebbero esserci delle imprecisioni nella traduzione.
Ispirato alla tragedia realmente accaduta nella centrale nucleare di Černobyl’ che esplose il 26 aprile1986 vicino alla città di Pryp”jat’, narra l’eroico intervento dei liquidatori e le conseguenze del disastro sovietico. Tuttavia, non riporta i fatti in ordine cronologico e alcuni dei suoi personaggi, nonostante siano ispirati a persone reali, sono fittizi.
Charisma (カリスマ, Karisuma) è un film del 1999 scritto e diretto da Kiyoshi Kurosawa. Kurosawa scrisse la sceneggiatura del film nei primi anni 90, ma accantonò il progetto fino al 1999.
Yabuike è un detective di polizia, esperto nella negoziazione degli ostaggi. Egli decide di abbandonare lavoro e casa dopo che, a causa di una sua incertezza, un ostaggio era stato ucciso da un terrorista durante l’ultima sua missione. Il detective lascia la città per avventurarsi in una misteriosa foresta di montagna; qui scopre che la zona è abitata da alcuni strani individui che si contendono il possesso di un albero, chiamato Charisma. Alcuni di loro lo vogliono distruggere in quanto pensano che l’albero sia velenoso e che stia uccidendo tutti la vegetazione circostante, altri lo proteggono perché sicuri che in esso risieda l’anima della foresta. Chi di loro ha ragione? Yabuike, dapprima semplice spettatore, diviene lentamente la figura centrale della vicenda, il giudice della disputa, con il potere di decidere se salvare l’albero oppure distruggerlo.
I subita li ho tradotti con google, potrebbero esserci delle imprecisioni.
La NASA sta per lanciare verso Marte navicella spaziale. Per un guasto la spedizione viene simulata, ma non tutti credono all’inganno. Tipico frutto della paranoia americana dopo lo scandalo Watergate, acquista nella 2ª parte la sua vera fisionomia di apologo contro il potere, pur mantenendo le cadenze di un thriller d’inseguimento. Nel 1975 era uscito il best seller Non siamo mai andati sulla Luna di Bill Kaysing.
I subita sono tradotti dai subeng con google, potrebbero esserci delle imprecisioni. I subita presenti in rete non erano sincronizzati.
Dal romanzo The Executioners (1958) di John D. MacDonald. Dopo 14 anni di carcere uno stupratore terrorizza a fuoco lento la famiglia del suo avvocato difensore. 1° film di genere e 1° remake di Scorsese, da Il promontorio della paura (1962). Il suo fascino perverso nasce dal fatto che, nonostante tutto, si è portati a provare simpatia per il criminale più che per la vittima, moralmente spregevole quanto lui, almeno fin quando verso il finale la violenza, prima latente, esplode con isterica e magniloquente frenesia. Sapiente costruzione drammatica nell’alternarsi di tempi forti e deboli, ottima squadra di attori, notevoli contributi di F. Francis (fotografia), E. Bernstein (che ha arrangiato la partitura originale di B. Herrmann), Saul e Elaine Bass (titoli di testa). Brevi apparizioni di Robert Mitchum, Gregory Peck, Martin Balsam, interpreti del film precedente